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La "terza ondata" di Coronavirus sarà diretta verso l'Africa? In evidenza

Dopo la prima ondata di Coronavirus in Cina, la seconda in Europa e Stati Uniti, l’Oganizzazione Mondiale della Sanità teme che una terza ondata potrà abbattersi sul continente africano, con effetti devastanti, in considerazione delle condizioni in cui versa il sistema sanitario di quasi tutti i paesi di quel continente.
Vediamo però prima qual é la situazione attuale, quale il grado di attendibilità dei dati odierni, come questi devon essere questionati, e come i vari paesi si stanno posizionando, da un punto di vista strategico, di fronte al Coronavirus.
Al momento, i casi registrati di Coronavirus in Africa sono circa di 1500, con meno di 50 decessi. Vi sono tre poli fondamentali su cui l’infezione si sta concentrando: Egitto (al primo posto con 327 casi) e paesi del Maghreb; Senegal, nella parte occidentale del continente, e Africa del Sud (al secondo posto con 274 positivi). Su 54 paesi, in 43 hanno fatto registrare almeno un caso di Coronavirus.
Nonostante una crescita costante ma certamente non esponenziale (per il momento), la percentuale di decessi resta bassa, in confronto a quella cinese e soprattutto italiana, in ragione dell’età media molto più bassa della popolazione africana. Su circa 1,3 miliardi di abitanti, infatti, soltanto il 5% della popolazione è over 65. Questa caratteristica rappresenterà il punto di forza africano per affrontare il Coronavirus, visto che – soprattutto nella parte sub-sahariana del continte – le condizioni del sistema sanitario e di quello igienico sono molto critiche o, in alcuni casi, inesistenti.
Perché i dati africani potrebbero essere notevolmente sottostimati? Per motivi che possono essere suddivisi fra generali, clinici, demografici e politici.
Generali: il riferimento, qui, è ai positivi asintomatici, un fenomeno che sta attraversando tutta la storia del Coronavirus a livello planetario, e che in Africa potrebbe costituire un segmento ancora maggiore degli infetti, in considerazione della popolazione più giovane, e quindi in teoria più resistente, al virus. A ciò deve associarsi la mancanza di conoscenza del Coronavirus soprattutto nelle aree rurali e periferiche del continente, in cui positivi e sintomatici potrebbero scambiare il Coronavirus per un raffreddore o una influenza un po’ più seria del solito, senza pertanto andare a fare il test.
E si entra, qui, negli aspetti maggiormente clinici o propriamente sanitari. Ammesso che qualcuno si voglia fare il test, la strada sarà assai più complessarispetto a quanto sta accadendo oggi in Europa. Il Kit a disposizione dei paesi africani per fare il test è molto limitato, e la maggior parte degli ospedali non ne avrà neanche uno. Vi è quindi una impossibilità di fatto nel fare il test, da parte della maggioranza della popolazione, fatto che sta rappresentando un freno oggettivo al registro dei positivi.
Il dato demografico che sembra concorrere a una sottostima dei dati odierni ha a che fare coi processi migratori transfontalieri. Prendiamo l’esempio dei tre paesi sopracitati, ee che costituiscono al contempo potenze regionali e i principali focolai di infezione nel continente. Il Senegal confina con vari paesi, fra cui Gambia e Guinea-Bissau, che quotidianamente auto private, camioncini di fortuna, pulmann e altri mezzi attraversano, in un senso e nell’altro, per motivi di piccolo commercio informale. Sembra assai difficile che, anche in ragione delle condizioni deprecabili di igiene, la Guinea-Bissau non abbia, a oggi, alcun registro di Coronavirus, e il Gambia soltanto uno. Lo stesso esempio vale per l’Africa del Sud: il Mozambico, che ha una lunga frontiera con questo paese, ha registrato appena 3 casi di Coronavirus, fra l’altro tutti derivanti da viaggi di mozambicani in Europa. Anche in questo caso, il commercio informale quotidianamente movimenta migliaia di persone fra i due paesi, e appare assai difficile che non vi sia stato, a oggi, nessun contagio di Coronavirus sulla linea di questo confine. Infine, i paesi a sud dell’Egitto si trovano in situazione di quasi-assenza di Coronavirus: Sudan, Eritrea e gli altri che si trovano ancora più a sud, in primo luogo l’Etiopia (con 102 milioni di abitanti) fanno registrare numeri quasi insignificanti di infettati. Situazioni poco probabili, e che probabilmente nascondono numeri ben differenti rispetto a quelli ufficiali.
Infine, fattori di natura politica influenzano, al momento, i numeri ufficiali di infezioni, per difetto. In primo luogo, molti paesi africani sono scarsamentee democratici, e la loro comunicazione istituzionale è a dir poco prudente. L’Egitto, per esempio, ha già ricevuto varie accuse di non fornire i numeri corretti dell’infezione, nonostante sia il paese col maggior numero di infettati. L’occultamento della verità constituisce quindi una modalità normale per molti governi africani, fatto che rende poco credibili i dati divulgati. Inoltre, in molti paesi africani vige una sorta di immunità per le proprie classi politiche e per i sempre numerosi rappresentanti della diplomazia, bilaterale e multilaterale, non in merito al virus Covid-19, ma al suo testaggio. Nessuno, infatti, oserebbe obbligare un presidente o un ministro africano a sottoporsi al test, e ciò può provocare molti contagi, anche fra le classi alte del continente. È quanto sta avvenendo in Mozambico: Eneas Comiche, sindaco della capitale Maputo, la settimana scorsa ha partecipato a un incontro a Londra con Alberto di Monaco, poi risultato positivo. Comiche è un individuo di circa ottanta anni, che – di ritorno da Londra – ha partecipato ad altri incontri pubblici e privati (fra cui una riunione del Comitato Politico del suo partito, la Frelimo), prima di mettersi in quarantena domiciliare. Con comunicato ufficiale, il Municipio di Maputo ha smentito la sua positività, ma due giorni dopo si è avuto notizia ufficiale che sua moglie è stata trovata positiva...Insomma, un condensato di sottovalutazione del rischio, secretismo istituzionale e confusione nella comunicazione, che sta rendendo il caso un vero “giallo”.
Di fronte a questa situazione in divenire, quasi tutti i paesi africani hanno assunto misure, sullo stile di quelle sino-europee: sospensione delle lezioni presso scuole e università, frontiere chiuse, ritiro dei visti di viaggio, in qualche caso rinvio delle elezioni, divieto di assembramenti, molta insistenza sull’igiene, specialmente delle mani...E tuttavia tali misure sembrano del tutto inappropriate per la realtà africana (come, del resto, per quella latino-americana), per un semplice motivo: paesi in cui la parte “informale”, anche in termini di abitazioni (leggi favele) è largamente prevalente, non hanno alcuna possibilità di contenere il virus con misure “alla occidentale”. Piuttosto, in Africa avrebbe dovuto esserci una valutazione del rischio calibrato sugli elementi tipici del continente (e di ogni suo paese): chiudere immdiatamente gli aeroporti, visti i rapporti molto intensi fra paesi africani e Cina e Europa, da cui il virus sta venendo importato; vietare quindi al personale governativo e diplomatico i frequenti viaggi, spesso molto poco utili, da e verso l’Africa; e chiudere le frontiere terrestri, o comunque limitare la possibilità di usarle per motivi strettamente necessari. Insomma, una logica da “fortezza”, in modo da non fare entrare il virus e, in casi sospetti, test e quarantena. 
Quali prospettive? In termini di dati, potrebbe forse esserci una svolta, motivata dal fatto che il Fondo Monetario Internazionale ha da poco messo a disposizione 50 miliardi di dollari affinché i paesi emergenti e in via di sviluppo possano affrontare il Coronavirus. Tuttavia, per avere accesso a questa torta, anche i paesi africani dovranno dimostrarsi “vurtuosi” e quindi registrare correttamente i propri casi. Un incentivo, forse, a svolgere un lavoro più serio, superando il secretismo che ne sta caratterizzando, al momento, l’approccio. In termini di diffusione del virus, invece, questo è già entrato. Viste le condizioni in cui versa la sanità pubblica africana, la speranza più concreta è che il virus perda aggressività, magari per il caldo (anche se l’emisfero sud sta entrando proprio adesso nell’inverno, fatto che potrebbe favorirne la diffusione), o che trovi maggiore resistenza a causa della giovane età media della popolazione. O che gli antenati a cui gli africani sono soliti rivolgersi abbiano un occhio di riguardo per i loro giovani discendenti.
 
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