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Quel che il Papa ha detto e che in molti non hanno potuto capire (a proposito di Cabo Delgado)

Quel che il Papa ha detto e che in molti non hanno potuto capire (a proposito di Cabo Delgado) In evidenza

Nella benedizione pasquale urbi et orbi, Papa Francesco ha parlato, fra gli altri scenari di violenza e di guerra nel mondo, di Cabo Delgado, provincia all’estremo Nord del Mozambico, divisa dalla Tanzania dal fiume Rovuma. Nel mondo lusofono – Portogallo compreso – i mezzi di informazione hanno immediatamente colto l’occasione per una sia pur tardiva resipiscenza, cercando di spiegare ciò che sta succedendo, dall’ottobre del 2017, in quella remota provincia settentrionale del Mozambico. Resipiscenza che non si è verificata in Italia, dove davvero in pochi si sono dati la briga di cercare di capire che cosa il Santo Padre avesse in animo di comunicare con quell’accenno alle violenze di Cabo Delgado.

Il Mozambico da qualche anno è stato oggetto di investimenti di enorme portata nel settore del gas. Tali investimenti sono concentrati presso la provincia di Cabo Delgado, che è una provincia “mitica”, per la storia nazionale, dove è iniziata la lotta di liberazione contro l’ex-colono portoghese da parte di una etnia da sempre guerriera, i Makonde. Dal 2014, i Makonde esprimono, mediante Filipe Nyusi, il presidente della repubblica, da sempre appannaggio di uomini del Sud. L’investimento complessivo nel gas si aggira intorno ai 60 miliardi di dollari, e l’ENI è stata la prima società straniera a intuire le potenzialità dell’area, intorno al 2013-2014, ottenendo la concessione per l’area 4, off-shore, che adesso vede un consorzio formato ancora da ENI e dall’americana ExxonMobil, più altri soggettti minori, per un investimento di circa 30 miliardi di dollari, la metà dell’intero investimento a Cabo Delgado (altre concessioni sono state date ad Anadarko, Total, ecc.).

In questo quadro di grandi prospettive, però, per la terza volta il consorzio ENI-Exxon ha di recente rinviato la decisione finale di investimento, per tre motivi: uno, macroeconomico, il crollo del prezzo del petrolio e del gas; un secondo che ha a che fare col Coronavirus: nel campus di Afungi, dove sono concentrati molti dei lavoratori della Total, diversi casi del nuovo virus sono stati scoperti, mettendo a repentaglio la vita degli stessi, visto le strutture sanitarie praticamente inesistenti; infine, uno specifico della regione, i continui attacchi terroristi che si susseguono dall’ottobre 2017 proprio in quella zona, in particolare fra Palma e Mocimboa da Praia.

È di questi attacchi che il Papa ha voluto parlare, dopo che aveva ricevuto una lettera proveniente da Don Lisboa, il vescovo brasiliano di Pemba, capitale di Cabo Delgado, il quale esprimeva tutte le preoccupazioni per le continue violenze perpetrate contro popolazioni civili e militari da parte di non meglio identificati gruppi sedicenti islamici, che ultimamente sembrano in collegamento col Daesh, che ha rivendicato gli ultimi attacchi.

Un migliaio di morti, decine di migliaia di rifugiati presso la città di Pemba o in zone ritenute più sicure, case e sedi di istituzioni pubbliche e private bruciate o vandalizzate, e ultimamente pure chiese e missioni cattoliche importanti, come quella di Nangololo, devastate, atrocità apparantemente gratuite di corpi straziati, con membra e teste amputate e macabramente esposte come trofei da parte degli estremisti.

Cui prodest, ci sarebbe da chiedersi...E como si è giunti a tutto questo, in un paese, come il Mozambico, che ha sì sempre avuto conflitti, ma mai di tipo religioso? E lo Stato mozambicano che sta facendo per evitare che questo cataclisma continui?

Come si è giunti a questo è piuttosto facile da spiegare, nella complessità della situazione. Cabo Delgado, la mitica regione della lotta armata, da tempo è stata abbandonata dai suoi grandi generali e politici Makonde, i quali si sono ormai stabiliti a Maputo, capitale del paese, aprendo una società dopo l’altra per sfruttare le grandi risorse della regione, pietre preziose, oro e rubini, oltre al gas. Il generale Pachinuapa, per esempio, ha aperto una società col figlio dell’ex-presidente Samora Machel, consorziandosi poi con una impresa inglese, la Gemsfield, per lo sfruttamento del maggiore giacimento di rubini al mondo, a Montepuez, dando origine alla Montepuez Ruby Mining. La società ha accettato di pagare, dopo decisione del Tribunale di Londra del 2018, indennizzazioni per circa 8,3 milioni di dollari per gravi violazioni dei diritti umani ai propri lavoratori, di cui 273 sarebbero morti, compresi 18 da parte della sicurezza privata della società e della polizia mozambicana, sempre molto solerte nell’infliggere pene e torture ai propri cittadini, mentre altri avrebbero perso la vita dopo prolungate torture o arsi vivi. Altri ancora sono stati così brutalmente torturati e violentati che non potranno mai più esercitare una attività professionale simile a quella per cui erano stati contrattati.

Questo è soltanto un esempio di come la gran massa dei lavoratori di Cabo Delgado viene trattata da parte dei capi Makonde. Questi lavoratori appartengono, di solito, a etnie diverse rispetto ai Makonde, in particolare Makhwua (etnia numericamente prevalente a Nampula e Cabo Delgado) e Kimwani, tradizionalmente musulmani. Se, però, i capi Makonde hanno ottenuto lo sfruttamento di ricchezze immense della regione, grazie alle loro connection politiche, molta parte degli altri Makonde sono stati comunque in qualche modo sistemati, soprattutto con impieghi pubblici, borse di studio e pensioni da “antichi combattenti” (il cui ministero è da sempre monopolizzato da questa etnia). Specialmente nelle zone litoranee, i Kimwani sono stati da sempre disprezzati. Lasciati praticamente a se stessi, aderenti a un Islam molto povero e africano, in contrasto con quello del Sud del paese, assai ben integrato col potere politico ed economico locale e di origine asiatica, intorno al 2014-2015 hanno iniziato a radicalizzarsi, dopo avere fatto studi in Egitto, Sudan, Algeria, ed essere tornati in una provincia fra le più povere del paese, nonostante le enormi potenzialità. Solo per fare un esempio, il distretto di Palma detiene, insieme ad altri pochi sparsi per il paese, il non invidiabile primato del più alto indice di analfabetismo a livello nazionale, e le promesse delle grandi ricchezze del gas hanno poi fatto il resto: ancora terre loro sottratte, un lavoro che non c’è (la maggior parte dei nuovi posti nelle nuove piattaforme del gas sono riservati a stranieri o persone con buona formazione provenienti da Maputo), e una povertà sempre più endemica.

Il processo di radicalizzazione dei Kimwani e di una parte dei Makhwua è avvenuto in modo relativamente graduale. Rappresentanti dell’Islam ufficiale avevano più volte segnalato alle autorità di Maputo che qualcosa di strano stava avvenendo, che quei giovani stavano predicando un Islam differente e violento, basato sulla Sharia. Tuttavia, le autorità mozambicane avevano ben altro a cui pensare: proprio verso il 2014-2015, l’eterna guerra contro i nemici di sempre della Renamo (il maggior partito di opposizione, dotato di un proprio esercito, mantenuto anche dopo la firma degli accordi di pace di Roma del 1992) era ripresa, cosicché tutta l’attenzione politica, militare e dell’intelligence era rivolta a sconfiggere questo antico e conosciuto nemico, al fine di annientarlo definitivamente. Del crescente Islam nuovo e intollerante si poteva aspettare un po’ per occuparsene, nonostante paesi vicini come Tanzania, Kenya e Somalia avessero da tempo sperimentato la violenza di quegli attacchi e si fossero organizzati di conseguenza, Somalia compresa, chiedendo aiuto al Kenya.

L’atteggiamento governativo non è molto cambiato dopo che gli attacchi sono cominciati, tutti finiti con vittorie anche simboliche degli estremisti, con l’esercito regolare in fuga o continuamente sorpreso da imboscate, probabilmente determinate da ufficiali doppiogiochisti che vendevano informazioni ai ribelli (vari di loro sono già stati scoperti e condannati, ma molti pare che si esercitino ancora in questa attività). Nel frattempo, l’ecatombe è proseguita, anche se le modalità di temporanea occupazione di villaggi e cittadine di Cabo Delgado al momento sembra un po’ mutata. Caccia ai militari dell’esercito regolare, accompagnati da comizi pubblici per spiegare alle popolazioni locali come e perché aderire al futuro Stato Islamico di Cabo Delgado, issando la relativa bandiera nera. Nell’ultimo attacco fatto a Mocimboa da Prraia, un intero quartiere ha ricevuto con calorosi applausi (secondo un testimone oculare che poi è riuscito a scappare) gli estremisti, i quali, adesso, per una parte sempre più vasta di quelle popolazioni, stanno diventando i “liberatori dei liberatori”, i quali sono da tempo diventati i nuovi oppressori.

Di fronte a questo scenario apocalittico, il governo continua a non informare i cittadini rispetto alla gravità della situazione a Cabo Delgado, esercitandosi nell’arresto, quando va bene senza ulteriori conseguenze fisiche, di giornalisti soprattutto locali (due nell’ultima settimana), strappando loro il materiale raccolto per mandare in onda i servizi, radiofonici e televisivi. In parallelo, gli insuccessi militari, risultato di un esercito allo sbando, non hanno ancora convinto il governo a chiedere aiuto ai partners stranieri, ma a chiamare improbabili società private di mercenari, con risultati modestissimi e non dando alcuna prospettiva di uscita da questo conflitto, che rischia di regalare al Daesh un nuovo territorio su cui stabilirsi.

Forse sono queste preoccupazioni che Papa Francesco voleva esprimere quando ha accennato alla violenza di Cabo Delgado. E, come ha fatto Don Lisboa, non c’è che da ringraziarlo per le parole che ha voluto pronunciare rispetto a una delle tante guerre dimenticate e destinate ad alimentare il dibattito fra i soli addetti ai lavori.

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